Tutti i matrimoni sono uguali? No, per le Sezioni Unite sull’assegno divorzile assume rilevanza il contributo dell’ex coniuge alla famiglia

 Questo il principio di diritto enunciato dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite, con sentenza n. 18287/18; depositata l’11 luglio, sul contrasto giurisprudenziale venutosi a creare in materia del diritto dell’ex coniuge a percepire dall’altro l’assegno divorzile.

I fatti di causa. Dopo ventinove anni di matrimonio, a seguito di una separazione consensuale che nulla disponeva a titolo di contributo al mantenimento per l’uno o l’altro coniuge, la sentenza di divorzio prevedeva a carico dell’ex marito l’obbligo di corrispondere alla ex moglie un importo mensile a titolo di assegno divorzile. La Corte d’Appello, adita dall’uomo, ribaltava la sentenza di primo grado revocando il diritto della ex coniuge a percepire l’assegno divorzile condannandola altresì a ripetere quanto indebitamente ricevuto.

Le ragioni della Corte d’Appello. Nel negare il diritto della ex coniuge a percepire un importo a titolo di assegno divorzile, i Giudici di secondo grado applicavano pedissequamente i principi enunciati dalla sentenza n. 11504/17 secondo cui il parametro per l’attribuzione dell’assegno divorzile è la mancanza di autosufficienza economica dell’avente diritto. Non più, quindi, il tenore di vita goduto dal richiedente nel corso del matrimonio, bensì la circostanza o meno che a seguito del divorzio il richiedente sia autosufficiente economicamente, alla stregua dei figli maggiorenni che non hanno più diritto di esser mantenuti dai genitori una volta raggiunta l’indipendenza economica.

I motivi di diritto. Le doglianze trasmesse dalla ricorrente alla Corte di Cassazione si fanno portavoce di tutte quelle criticità che erano emerse all’indomani della pubblicazione della sentenza n. 11504/2017 nell’applicazione del nuovo parametro da parte delle Corti di merito. Secondo la ex coniuge, in primo luogo, il criterio della indipendenza o autosufficienza economica del coniuge richiedente l’assegno non trova alcun riscontro nel testo della norma (art. 5 l. 898/1970); e ancora la ricorrente giustamente si chiede quali siano i parametri concreti per questa indipendenza economica: lo stipendio medio di operai e impiegati? La pensione sociale? Un reddito medio rapportato alla classe sociale-economica dei coniugi? Ma, in tale ultimo caso, si parlerebbe ancora di tenore di vita, parametro disatteso dalla pronuncia n. 11504. E ancora, il parametro del tenore di vita finisce per penalizzare i matrimoni di lunga durata nel corso dei quali uno dei due coniugi, il più debole, ha rinunciato – condividendo tale scelta con l’altro – alle proprie aspettative professionali ed a occasioni di crescita lavorativa e di salario, per assolvere agli impegni familiari. Inoltre, l’analogia che la sentenza del maggio 2017 fa con l’indipendenza economica richiesta ai figli maggiorenni per escludere il dovere dei genitori di mantenerli non è pertinente: i figli hanno il dovere sociale e giuridico di affrancarsi dai genitori e di porsi nelle condizioni di essere indipendenti economicamente, inoltre essi diventano tali dopo aver raggiunto un livello di indipendenza adeguato al percorso di studi e professionale seguito. Invece, il coniuge, non più giovane, che abbia rinunciato, in comune accordo con l’altro, ad essere indipendente economicamente si viene a trovare, a seguito del divorzio, in una situazione di grave e irreversibile disparità. Infine, secondo la ricorrente il nuovo parametro dell’indipendenza economica lederebbe il principio di solidarietà che continua invece a sussistere in merito al diritto alla pensione di reversibilità e ad una quota del trattamento di fine rapporto.

I contrasti giurisprudenziali. Il tenore di vita: S.U. 11490/1990. L’assegno divorzile aveva carattere esclusivamente assistenziale, disposto in caso di inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente da intendersi come insufficienza degli stessi a conservargli un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio. Non era richiesto un vero e proprio stato di bisogno bensì era sufficiente un deterioramento delle condizioni economiche a causa del divorzio con la conseguenza che era necessario provvedere ad un riequilibrio.

Addio al tenore di vita: Cass. 11504/2017. Dopo 27 anni in cui nei tribunali italiani è stato seguito il criterio enunciato dalle Sezioni Unite del 1990, ispirato al tenore di vita goduto dai coniugi durante il matrimonio, nel maggio 2017 la Corte – a sezioni semplici – ribalta completamente il proprio orientamento ed enuncia il principio secondo cui parametro della inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente l’assegno è la non autosufficienza economica del medesimo, alla luce del principio di autoresponsabilità degli ex coniugi una volta sciolto il vincolo matrimoniale. Col divorzio, il Giudice deve accertare la mancanza di mezzi adeguati dell’ex coniuge o, comunque, dell’impossibilità dello stesso di procurarseli per ragioni oggettive, a norma dell’art. 5, comma 6, l. Div. In tale giudizio – relativo all’an del diritto all’assegno – non entrano comparazioni tra le condizioni economiche degli ex coniugi bensì solo valutazioni relative alle condizioni del soggetto richiedente l’assegno. Solamente superata positivamente la prima fase di accertamento sulle condizioni del coniuge debole, il Giudice passerà alla seconda fase relativa al Quantum Debeatur, fase in cui, invece è legittimo procedere ad un giudizio comparativo delle rispettive posizioni personali ed economico-patrimoniali secondo gli specifici criteri dettati dall’art. 5,comma 6, l. Div.

Due orientamenti contro la discrezionalità dei giudici. Per le Sezioni Unite, entrambi gli orientamenti contrapposti sentono l’esigenza di limitare la discrezionalità dei giudici di merito di fronte alla non univoca indicazione applicativa della locuzione “mezzi adeguati” contenuta nell’art. 5 l. Div. Tuttavia, entrambi i parametri – tenore di vita vs autosufficienza economica – sono esposti al rischio dell’astrattezza e del difetto di collegamento con la effettiva relazione matrimoniale.

La scelta del criterio composito. Il parametro per riconoscere all’ex coniuge il diritto all’assegno divorzile e, dunque, per accertare l’inadeguatezza dei mezzi o l’impossibilità del medesimo di procurarseli per ragioni oggettive ha natura composita avendo l’assegno una funzione assistenziale, compensativa e perequativa. Tale parametro si fonda sul principio costituzionale di pari dignità dei coniugi che è alla base del principio solidaristico che caratterizza l’unione matrimoniale anche dopo lo scioglimento del vincolo.

La valutazione del contributo del coniuge debole. Ai fini del riconoscimento del diritto all’assegno, pertanto, si devono valutare diversi fattori, tra cui il contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio comune e alla formazione del profilo economico patrimoniale dell’altra parte, anche in relazione alle potenzialità future.

Le scelte comuni della famiglia contano per il futuro. La natura e l’entità del contributo del coniuge debole è frutto di decisioni comuni, adottate in sede di costruzione della comunità familiare, riguardanti i ruoli endofamiliari in relazione all’assolvimento dei doveri coniugali ex art. 143 c.c.  E tali decisioni, continuano i giudici di legittimità, «costituiscono l’espressione tipica dell’autodeterminazione e dell’autoresponsabilità sulla base delle quali si fonda…la scelta di unirsi e di sciogliersi dal matrimonio». Secondo le Sezioni Unite, infatti, lo scioglimento del vincolo matrimoniale incide sullo status ma non cancella tutti gli effetti e le conseguenze delle scelte e delle modalità della vita familiare. Solo attribuendo rilevanza alle scelte e ai ruoli sulla base dei quali si è impostata la relazione coniugale e la vita familiare si può accertare in concreto se la condizione di squilibrio economico venuto a crearsi a seguito dello scioglimento del vincolo sia da ricondurre eziologicamente alle scelte comuni e ai ruoli endofamiliari che ciascun coniuge ha scelto di attribuirsi, in relazione alla durata del matrimonio e all’età del richiedente l’assegno.

Un giudizio prognostico. Il giudizio di adeguatezza dei mezzi ha anche un contenuto prognostico riguardante la concreta possibilità per il coniuge debole, una volta sciolto il vincolo matrimoniale, di recuperare il pregiudizio economico e professionale derivante dall’assunzione di un impegno diverso, rilevando ancor di più l’età del richiedente per verificare la concreta possibilità di un ricollocamento adeguato nel mondo del lavoro.

Il principio di diritto. Nell’accogliere il ricorso, la Corte di Cassazione a Sezioni Unite afferma il seguente principio di diritto a cui le corti di merito dovranno uniformarsi «il riconoscimento dell’assegno di divorzio, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, richiede l’accertamento della inadeguatezza dei mezzi o comunque della impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l’applicazione dei criteri di cui alla prima parte della norma (art. 5, comma 6, l. 898/1970) i quali costituiscono il parametro di cui si deve tenere conto per la relativa attribuzione e determinazione, ed in particolare, alla luce della valutazione comparativa delle condizioni economico -patrimoniali delle parti, del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durate del matrimonio e all’età dell’avente diritto».

I matrimoni non sono tutti uguali. Il nuovo parametro indicato dalla Suprema Corte in materia di assegno divorzile tiene conto delle peculiarità e specificità tipiche di ogni matrimonio (e di ogni storia) con la conseguenza che il giudice, nel caso concreto, dovrà operare un’analisi ed un bilanciamento del contributo che ciascun coniuge ha dato alla conduzione della vita familiare, in considerazione delle singole scelte, della durata del matrimonio, dell’età dei coniugi e delle loro potenzialità reddituali – lavorative future.  Le scelte assunte dai coniugi di comune accordo all’inizio e nel corso della loro vita coniugale non possono, magari dopo molti anni, finire per penalizzare irreversibilmente quel coniuge che, in nome di una scelta condivisa, aveva rinunciato alla carriera e alla possibilità di essere autonomamente indipendente per dedicarsi alla famiglia. La pronuncia in commento sarà importante per tutte quelle donne che hanno rinunciato a sviluppare una propria professionalità e a coltivare una propria autonomia per dedicarsi alla famiglia consentendo invece al marito di crescere professionalmente ed aumentare il proprio reddito.

AVV.CARLO IOPPOLI – PRESIDENTE ANFI – ASS.NE AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI